Storia: 99 anni fa la Frana del '22. Ricordare questo dramma è importante!

La notte tra il 7 e l'8 gennaio del 1922, l'intero paese cominciò a scivolare verso la vallata del Furiano. 
Il disastro di San Fratello è una grave ferita non solo geologica.
La frana è stata una catastrofe, tra le più gravi del '900 in Sicilia. 
Un dramma  sociale e un danno enorme per il patrimonio culturale.
di Enrico Caiola
I racconti dei testimoni oculari sono stati tramandati da una generazione all'altra. C'è chi ha lasciato testimonianze scritte e chi ha tentato di ricostruire la vicenda della frana fornendo anche ipotesi scientifiche su quello che sarebbe realmente accaduto quella notte. Oggi, a 99 anni di distanza, la parola "frana" e la data "otto gennaio 1922", sono accostati,nei due paesi di san Fratello e Acquedolci,ad una sorta di apocalisse che ha colpito improvvisamente uno dei comuni siciliani più ricchi e potenti. Per San Fratello un disastro e probabilmente l'inizio di una fase  di declino; per Acquedolci l'inizio di una nuova fase storica che, con la delocalizzazione del '22 attiva la nascita del moderno paese. Nella Frana tutto è grande: è grande il disastro geologico che ha ferito al cuore l'identità di un popolo e sono grandi i numeri della devastazione e degli sfollati; Ma c'è anche un aspetto che spesso non viene ricordato e che è anch'esso grande: il danno enorme ed irreparabile alla cultura, all'arte e alla memoria storica del territorio. Sono andate perdute nel fango le testimonianze architettoniche antiche di secoli e opere d'arte di grande valore facenti parte del patrimonio della statuaria, della pittura e della scrittura. Scomparvero o vennero gravemente danneggiati gli archivi parrocchiali e anagrafici, le Biblioteche pubbliche e private. In poche ore andò perduta la memoria ed il ricordo di intere generazioni. Nello smottamento che ha causato migliaia di sfollati e almeno due vittime, sono andati perduti quartieri con i loro palazzi e le chiese piene di suppellettili della più raffinata Scuola Siciliana di epoca Barocca. 
Fu davvero un evento "improvviso"?
La situazione di dissesto non venne probabilmente ben compresa nei decenni precedenti al '22.
"Capoluogo di mandamento", come ebbe a definirlo il ricercatore Sebastiano Salomone nella sua opera "Le Province Siciliane", San Fratello era una comunità prospera e ricca. La parte antica dell'abitato conservava i ruderi di un castello fortificato, il Castello di San Filadelfio, risalente all'epoca Normanna e probabilmente raso al suolo da un'altra grande frana, quella verificatasi nel febbraio del 1754. All'epoca si era addirittura pensato al trasferimento del paese ma la popolazione si oppose ricostruendo in montagna.
Il fenomeno geologico del 1922 è quello che oggi potremmo definire come una sorta di "liquefazione del suolo" che ha travolto l'intera montagna e risucchiato a valle circa l'80% delle costruzioni del centro urbano. Le recenti ricerche indicano che quella frana, sicuramente non evitabile, era stata tuttavia ampiamente preannunciata nei primi decenni del secolo con avvisaglie anche a fine '800. Per la verità,di smottamenti più o meno gravi, se ne annotano altri nella storia di San Fratello. Nella seconda metà dell'800 i sindaci Benedetto Mammana, Alfonso Taormina e Federico Latteri, dovettero affrontare alcuni problemi legati a gravi smottamenti verificatisi nel quartiere "Valle", in una zona conosciuta come "Pescheria" dove cominciavano a manifestarsi gravi lesioni ad alcuni edifici. E' proprio in questo periodo che si tenta una soluzione con la realizzazione di un maestoso muro di contenimento che prenderà il nome di "Murata". Ed è qui, in questa zona a ridosso dell'antica Matrice, che la situazione improvvisamente precipita la notte tra il 7 e l'8 gennaio del '22.
Il disastro ebbe inizio proprio quando a cedere fu questo imponente muraglione che, di fatto, teneva fermo il paese. Il centro abitato insisteva su un territorio ormai compromesso dall'enorme peso delle costruzioni che erano spesso dotate di cisterne che avevano "cariato" la roccia della montagna....la nevicata e le piogge scatenarono il collasso della montagna.
Il sacerdote Luigi Vasi esprime,nelle sue "Memorie", tutto il suo disappunto e la sua protesta per un Paese (e una politica) che correva dietro a divisioni e litigi e non interveniva a riparare le grosse crepe della Matrice di Santa Maria. Queste crepe nei muri, ad inizio '900, erano così grandi da essere normalmente "riempite" addirittura con sedie vecchie e legname. Quell'anno, nel 1922, in seguito alle forti piogge ed alle abbondanti nevicate la situazione precipitò improvvisamente e i piccoli smottamenti già attivi cominciarono ad innescare una diffusa situazione di instabilità geologica dell'intero territorio. L'intera montagna cominciò a cedere scivolando sotto il proprio peso. Si verificavano violenti tremori che durarono per ore. Nel disastro crollarono anche il Palazzo del Municipio, la Pretura, il Palazzo Postelegrafico e un piccolo teatro. I morti furono due, un uomo e l'anziana madre ritrovati abbracciati sotto le macerie del campanile.
"...Fu una notte terribile, fu come un terremoto.."... i racconti della frana iniziano in questo modo ed i sentimenti tramandati dalle generazioni di uomini e donne che vissero quell'evento, prendono generalmente il sopravvento in chi racconta quella storia drammatica. Cerchiamo anche noi di raccontare quello che è stato tramandato dai testimoni di questa terribile storia. Tutto inizia nella tarda serata del 7 gennaio. E' una notte gelida e "senza luna", una "nera notte" annota il biografo Salvatore Emanuele. Sotto un cielo stellato e finalmente sereno dopo le abbondanti nevicate ed il maltempo che evidentemente aveva colpito duramente il territorio nei giorni precedenti, alcuni animali appaiono stranamente innervositi e vengono rinchiusi a fatica nei fienili che erano posti sotto le case. I cani non smettono di essere irrequieti e da alcuni giorni si osserva che tanti pozzi si sono prosciugati e alcune cisterne sono invase di fango. Siamo nel cuore dell' inverno ein quell'inverno che fu tra i più rigidi  che si ricordino, era da tutti attesa una nuova ondata di maltempo e nevicate. Nel frattempo c'è chi ritornava in paese dal territorio di Caronia. Si racconta che questi viaggiatori abbiano avuto a che fare con i cavalli imbizzarriti e con i muli che improvvisamente si fermarono sull'orlo di uno sconosciuto "precipizio". Laddove c'era la strada che dalle località Ninfi, Badetta e Furiano conduceva al paese, ci si ritrovò innanzi un territorio mutato. Dove c'era il sentiero  si era aperto adesso un terrificante vuoto dal quale riecheggiavano rumore d'acqua e cupi boati. Seppur consapevoli di quello che stesse succedendo quegli uomini rimasero bloccati senza possibilità alcuna di avvertire i paesani ignari del disastro che stava per colpirli.
Intanto nel paese regnava ancora il silenzio e le strade erano deserte. Sembra che ad accorgersi della frana sia stato un giovane studente che stava rientrando a casa dopo la sera trascorsa al "Circolo di Lettura". Il ragazzo si accorse di alcune crepe che poco prima non c'erano. Secondo i racconti il giovane iniziò a ripercorrere le fenditure che si aprivano a vista d'occhio e lanciò una pietra dentro la crepa che correva lungo la strada, non sentendo nessun tonfo capì che sotto c'era il vuoto. Il giovane chiamò subito un suo amico e accortisi della gravità della situazione nella zona della Matrice, impauriti dalle crepe che si allargavano nei muri di contenimento del piazzale, lanciano l'allarme e cominciano ad urlare correndo ad avvisare i carabinieri. 
Nel cuore della notte ci si rese così conto che bisognava evacuare i quartieri Pescheria e Matrice dove la gente ancora non conosceva la gravità di quello che stava accadendo. Con il passare dei minuti le fenditure cominciarono a diffondersi lungo le altre strade squarciando le piazze e gli slarghi dove negli anni precedenti si erano manifestati piccoli smottamenti. Questa volta però la situazione appariva da subito assai più seria perchè le crepe si aprivano sotto i piedi delle persone scese in strada. La frana cominciava così a manifestarsi in tutta la sua potenza sotto gli occhi increduli dei cittadini allarmati dalle urla di terrore. 
Lo smottamento iniziava a "correre" verso la parte più antica, verso i rioni Terranova, Badia (nella foto a fianco) e Sant'Ignazio. Gli antichi muri di pietra della Matrice iniziavano ad inclinarsi, le case si accartocciavano su se stesse. Nei quartieri Valle, Calvario, e Crocifisso.. con i primi crolli delle balaustre e dei balconi si scatenò il panico. Tanta paura cominciava a correre veloce di casa in casa. Si udivano paurosi boati provenienti dalle profondità della montagna. Chi non si era ancora svegliato a causa del trambusto uscì in strada dopo aver avvertito le forti scosse come di terremoto che attraversavano l'intero paese.  Infreddoliti e colti nel sonno, in migliaia si riversano nelle strade, accalcandosi nelle piazze.Qualcosa di più grave di un semplice smottamento stava manifestandosi ai cittadini:era la Frana, la Grande Frana.. un evento storico imponente e pauroso destinato ad entrare a pieno titolo nella storia non di una bensì di due comunità. Per un attimo anche il maestoso sperone roccioso denominato "Roccaforte" sembrò vacillare ed inclinarsi.. ed una, cento, mille urla di terrore assalirono la folla impotente ed ormai in preda al panico. Tra spari dei militari e gli ultimi macabri rintocchi delle campane delle chiese che crollavano come fossero di cartapesta, si tramandano  centinaia di piccole storie. 
Una madre dava alla luce una bimba e un giovane corse indietro dall'anziana madre ponendosela sulle spalle nel tentativo di salvarla.. La storia della "Grande Frana" che strappa gli antichi palazzi e le umili case aggrappate a Roccaforte, non fa distinzioni tra poveri e ricchi e non arretra innanzi alle sacre mura delle antiche chiese, vanto e orgoglio dell'antica San Fratello. Nei crolli scompare l'umile casa natale di San Benedetto il Moro, crolla la chiesa ed il monastero della Badia, sprofonda il Municipio. I bambini avvolti in coperte e calati giù dai balconi, gli anziani impietriti portati in salvo dai nipoti, le urla delle madri, il disperato tentativo di chi cerca di afferrare qualcosa da portare con se, un ricordo da conservare prima che tutto sia perduto.
Mobili, gioielli, oro, libri..tutto arriva nel fango e nel fango finiscono le rare foto di famiglia e le statue dei santi. In piena notte il vocio di migliaia di persone, i rumori agghiaccianti provenienti dalle profondità della montagna, il frastuono delle campane che davano l'allarme e il fracasso dei crolli, impressionarono i sopravvissuti.  Qualcuno sollevò lo sguardo verso il grande campanile pericolante dell'antica Matrice. Ed è questo il momento in cui la fede probabilmente prese il sopravvento sulle paure di quelle ore angosciose. Un gruppo di uomini si fece coraggio e irruppe nella Chiesa Madre ormai compromessa prelevato l'antico Crocifisso lo portò in salvo. Tra le invocazioni delle anziane e la preghiera dei sacerdoti, anche quella statua arrivò a terra nel fango della frana. Tuttavia l'opera d'arte dell'antica Matrice non era perduta e si salvò miracolosamente prima del grande crollo della navata della chiesa.
Quella grande croce è posta oggi al centro della nuova Chiesa Madre edificata ad Acquedolci. Un simbolo non solo della fede ma anche della storia, una storia che nonostante la tristezza della devastazione ha dato avvìo ad una nuova fase di rinascita e ricostruzione come mai era accaduto sul nostro territorio. 
Con il sopraggiungere del mattino, la luce mostrò nel frattempo la catastrofe in tutta la sua cruda drammaticità. Accompagnato dagli ultimi disaccordati rintocchi, rovinò al suolo anche il grande campanile della Matrice e fu probabilmente quello il momento in cui  tutti si resero davvero conto che del paese antico non esisteva che un ammasso di macerie.
Afferrate quelle poche cose care che potevano strappare ai crolli, i cittadini, avvolti in coperte, scialli di lana e mantelle, si misero in fuga verso le campagne, nei pochi quartieri rimasti illesi, verso le strade di uscita, verso il mare, verso Acquedolci dove nelle ore seguenti circa duemila sfollati ricevettero soccorsi e cibo dalla locale Società Operaia.

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